Mai fare cazzate
Mate | 23 agosto 2010
Jens Lapidus ‘Mai far cazzate’, ed. Mondadori, pp. 664, euro 17.50
Stoccolma raccontata attraverso tre uomini a perdere, un poliziotto annoiato, un immigrato che si arrabatta da deliquentello e un ex mercenario tornato dall’Iraq. Sono le guide del mondo caotico e violento motivato dal denaro e dalla vendetta protagonista in Mai far cazzate, di Jens Lapidus, secondo libro della ‘Trilogia di Stoccolmà dopo ‘La traiettoria della nevè, uscito in Svezia nel 2006 e in Italia, pubblicato sempre da Mondadori, l’anno scorso. Il primo libro ha già venduto 650 mila copie, è stato venduto a 17 Paesi, e sulla falsariga del successo internazionale dell’ autore scandinavo cult di thriller-noir, Stieg Larsson, è diventato un film di grandissimo successo in patria, ed è stato opzionato da Hollywood per un remake con Zac Efron. Lapidus, classe 1974, sposato, avvocato penalista (professione che continua a svolgere in un importante studio di Stoccolma), rendendo omaggio a uno dei suoi autori preferiti, James Ellroy, disegna una Stoccolma sulfurea e con poche speranze, sotto un’apparenza ordinata e efficiente. Tra omicidi, ricordi traumatici e voglia di ricominciare, si seguono le vicende dell’ex mercenario Niklas, tornato dall’Iraq con una sindrome post-traumatica e un’equilibrio instabile, che ha come unico punto di riferimento la madre; Mahmud, immigrato dall’Iraq da bambino, ora in libertà vigilata, che riceve dal capo della mafia serba locale l’incarico di ritrovare un libanese scappato con il frutto di una rapina e Thomas, poliziotto poco onesto che esce dalla sua apatia per un lavoro che non ama più quando trova in uno scantinato un morto che ha subito torture e amputazioni. I tre personaggi, si sfiorano, si incontrano e si scontrano, fino all’epilogo finale. Fra i tre emerge la fragilità di Niklas, tanto incontrollabile quanto scosso e ferito da ogni atto di violenza contro le donne (che in Svezia, si ricorda, è cresciuta del 30% dei casi negli ultimi dieci anni, per un totale di 24100 denunce«), perchè lo riporta a quelli che in passato ha visto compiere contro sua madre. Lapidus, che ha iniziato a scrivere come valvola di sfogo alle tensioni accumulate con le storie e drammi umani di cui si occupava come avvocato, spiega nelle interviste di non voler dare alle sue trame il punto di vista di un detective o un poliziotto, ma di voler raccontare “il mondo criminale dall’interno, per come l’ho conosciuto. Nei miei libri la linea di demarcazione tra realtà e finzione è molto labile”.







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